Caso della Sig.ra Vasilìca Vlad Palazzolo

Secondo la narrazione del marito Vincenzo Palazzolo
Il giorno 27 dicembre 2019 alle ore 10.45 venivo avvisato telefonicamente da un soccorritore, che aveva avuto il mio numero comunicato a memoria da mia moglie, che essa stava per essere condotta in ambulanza al pronto soccorso dell’ospedale Villa Sofia  essendo stata trovata a terra a margine della strada nei pressi della nostra abitazione.
Trovandomi, casualmente, nelle vicinanze del pronto soccorso, mi reco prontamente sul posto, arrivando 15 minuti  prima dell’ambulanza e appena giunta questa, mi accosto alla barella e resto accanto a lei cercando di consolarla. Veniamo instradati alla sala numero 1 diretta dal Dott. I.L. , sono le ore 11,15.
Vasilìca ha il volto tumefatto perché è caduta a terra sbattendo il viso senza potersi riparare con le mani, è agitata e impaurita, mi dice che vuole andare a casa, io rispondo che ha bisogno di cure, che è in buone mani  e che, comunque, non mi allontanerò, da lei,  fintanto che non sarà dimessa dall’ospedale.
Nella sala troviamo oltre al dirigente, due operatori sanitari, uno di sesso maschile e un’altra di sesso femminile che procedono, immediatamente,  con la visita internistica per individuare la terapia più adatta. Non ci troviamo in uno stato di estrema emergenza e il tutto si svolge con una relativa tranquillità; fin quando non viene disposto dal responsabile di effettuare un prelievo di sangue per un esame di routine.
A questo punto l’operatrice sanitaria  cerca di prendere una siringa dalla cassettiera che si trova alle sue spalle; ma non ne trova nessuna. Così inveendo contro il collega  si allontana dalla sala, pronunciando in dialetto siciliano la frase che tradotta in italiano significa “questa vita ogni giorno non può essere”  e che sta a significare che il mancato rifornimento dei presidi sanitari era un fatto, verosimilmente, ripetutosi altre volte
Io continuo a parlare con mia moglie, un pò tranquillizzatasi ma che insiste per essere portata via; nel frattempo l’operatore rimasto in sala si allontana anche esso, per qualche istante, salvo poi ritornare munito di una siriga di dimensioni spropositate ( 60 cc) e prima che io possa capire le sue intenzioni, lui senza neanche cercare di individuare l’accesso, smorza con il braccio teso, tutta la forza  d’inerzia dinamica del suo movimento di ritorno dalla ricerca, conficcando l’ago sul lato sinistro del collo della povera Vasilìca.
Il lungo ago si conficca quasi completamente e nello stesso istante, Vasilìca che aveva  la testa un po sollevata verso di me e io la mia un po piegata verso di lei, perché stavamo parlando a bassa voce, reclina il capo all’indietro, battendolo sulla testata della barella,  perdendo i sensi.  Sono le ore 11,30.
Immediatamente, scoppia il panico tra i due operatori sanitari rimasti nella sala che urlando mi “invitano” ad uscire “..perche c’è poco spazio e sta arrivando il rianimatore..” ed io pensando, in quel momento, che sia la cosa più giusta da fare, aderisco, spostandomi nel largo corridoio dietro la porta della sala dove riferisco ai miei familiari, che erano li ad aspettare per avere notizie.
Non ho alcuna notizia di quanto sta accadendo per circa mezz’ora, quando trascorso questo intervallo di tempo, vedo la porta della sala n.1 aprirsi leggermente. Compare il responsabile che mi fa segno di avvicinarmi e poi attraverso la porta socchiusa mi consente di vedere che una persona, anch’esso in camice bianco, sta praticando sulla paziente, delle manovre rianimatore; ma si nota benissimo che ormai il corpo della povera Vasilìca è inerte.  Mi viene detto che “si sta facendo il possibile”. Poi la porta viene richiusa: Sono le ore 12.00.
Trascorrono ulteriori 20 minuti e a questo punto la porta si riapre, ricompare il dott. I.L.  che mi informa, costernato, che mia moglie “non ce l’ha fatta”.
Solo adesso mi viene consentito di rientrare nella sala e stare qualche minuto vicino alla salma .  Dopo un pò sopraggiungono le forze dell’ordine.
Vasilìca Vlad Palazzolo
1977- 2019